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L'Arte che Non Ha Fretta: I Creativi Italiani che Scelgono il Tempo Lungo

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L'Arte che Non Ha Fretta: I Creativi Italiani che Scelgono il Tempo Lungo

C'è un'immagine che mi è rimasta impressa. Una ceramista di Faenza che lavora alla stessa serie da tre anni. Non perché sia lenta, ma perché ha deciso che quella serie merita tre anni. Che ogni pezzo deve stagionare, letteralmente e metaforicamente, prima di essere considerato finito. Quando le ho chiesto se non temesse di perdere rilevanza nell'attesa, ha sorriso e ha detto: «Rilevanza per chi?»

È una domanda che vale la pena portarsi dietro.

La Tirannia del Contenuto

Il mercato creativo contemporaneo — e qui intendo tutto, dall'arte visiva al design, dalla musica alla fotografia — funziona sempre più secondo una logica di produzione continua. I creator pubblicano ogni giorno. Gli artisti devono essere presenti, attivi, visibili. Le collaborazioni si moltiplicano, i progetti si sovrappongono, il portfolio deve crescere costantemente per dimostrare che sei ancora lì, ancora rilevante, ancora vivo.

In questo contesto, scegliere di lavorare lentamente non è solo una preferenza personale. È quasi un atto di disobbedienza.

E in Italia, dove la cultura della fretta si è innestata su una tradizione artigianale che ha sempre valorizzato il tempo necessario — il tempo del vino, del formaggio, della pietra lavorata a mano — questa tensione diventa particolarmente fertile.

Anni, Non Settimane

Il pittore milanese Davide Ferrante lavora su tele di grande formato che richiedono tra i dodici e i diciotto mesi di lavoro ciascuna. Non perché la tecnica lo imponga, ma perché ha costruito un metodo deliberatamente dilatato: periodi di lavoro intenso alternati a settimane in cui la tela rimane appesa e osservata, mai toccata. «Ho bisogno di dimenticarla un po'», spiega. «Poi quando la rivedo, vedo quello che non funziona. O vedo che funziona meglio di quanto pensassi.»

Il risultato sono opere che portano addosso il tempo della loro creazione. Non nel senso ovvio della complessità tecnica, ma in qualcosa di meno definibile: una densità, una sedimentazione di decisioni e ripensamenti che si percepisce senza saperla nominare.

A Roma, il duo di designer Terso — due ex pubblicitari che hanno abbandonato il settore nel 2018 — produce oggetti di design in edizioni minuscole, spesso di tre o cinque pezzi, con processi che integrano materiali che richiedono mesi per assestarsi, colorarsi, trasformarsi. Il loro ultimo progetto, una serie di lampade in cemento e vetro soffiato, ha impiegato due anni dalla prima idea al primo pezzo venduto. Non hanno comunicato nulla durante il processo. Nessun work in progress, nessun behind the scenes, nessun countdown.

«Quando le abbiamo mostrate, erano già complete», dice uno dei due. «Non dovevano niente a nessuno.»

Il Silenzio come Comunicazione

C'è qualcosa di interessante nel modo in cui questi creativi gestiscono — o non gestiscono — la loro presenza pubblica durante i periodi lunghi di lavoro. Molti scelgono il silenzio. Non per mancanza di cose da dire, ma perché il lavoro in corso non è ancora pronto per essere condiviso, e condividerlo prematuramente significherebbe tradirlo.

Questa è una posizione quasi radicale nel 2024. Significa rinunciare all'engagement che si costruisce mostrando il processo, significa non alimentare l'algoritmo, significa sparire dai radar per mesi o anni e riapparire con qualcosa di compiuto invece che con una narrazione continua di qualcosa che si sta facendo.

La fotografa sarda Giulia Manca ha impiegato quattro anni a costruire il suo progetto sui pastori transumanti dell'entroterra sardo. Quattro anni di viaggi, di costruzione di fiducia, di fotografie scartate, di ritorni. Quando il libro è uscito — autoprodotto, tiratura limitata, distribuzione quasi interamente attraverso passaparola — era qualcosa di completamente diverso da quello che avrebbe potuto essere se avesse pubblicato man mano.

Lentezza Politica

C'è una dimensione politica in tutto questo che vale la pena nominare esplicitamente. La velocità nel sistema creativo contemporaneo non è neutrale: è funzionale a un modello economico che ha bisogno di contenuto continuo per sopravvivere. Piattaforme, brand, media — tutti hanno bisogno che i creativi producano, producano, producano.

Scegliere la lentezza è, in questo senso, rifiutare di essere ingranaggi di quel meccanismo. È affermare che il lavoro creativo ha una temporalità propria che non può essere compressa senza perdere qualcosa di essenziale.

Non tutti questi artisti lo formulano così esplicitamente — molti direbbero semplicemente che lavorano come devono lavorare, punto. Ma l'effetto è lo stesso: una sottrazione di energia e attenzione al sistema della produzione veloce, e un investimento in qualcosa di più lento, più radicato, più difficile da consumare e dimenticare.

Il Tempo come Materiale

Forse la cosa più bella di questo approccio è che il tempo stesso diventa un materiale del lavoro. Non nel senso banale del «ci ho messo tanto», ma nel senso che l'opera porta dentro di sé le trasformazioni avvenute durante la sua creazione — i cambi di prospettiva, i momenti di dubbio, le intuizioni arrivate tardi.

Un'opera fatta in fretta è spesso un'opera che sa di un momento. Un'opera fatta con il tempo lungo sa di un percorso. E i percorsi, di solito, sono più interessanti dei momenti.

La ceramista di Faenza con cui abbiamo aperto sta ancora lavorando alla sua serie. Tra qualche mese, forse, sarà pronta. O forse no. E va benissimo così.

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