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Design & Cultura Visiva

Spazzatura d'autore: i giovani creativi italiani che fanno arte con quello che scartiamo

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Spazzatura d'autore: i giovani creativi italiani che fanno arte con quello che scartiamo

C'è qualcosa di profondamente italiano nel trovare bellezza dove gli altri vedono solo inutilità. Lo stesso spirito che spingeva i nostri nonni a non buttare mai niente — quella cultura del riusa e rimedia — oggi si è reincarnato in una generazione di artisti e designer che hanno trasformato il concetto di scarto in una vera e propria poetica visiva.

Non parliamo di riciclo nel senso burocratico del termine, di quella raccolta differenziata che facciamo meccanicamente ogni lunedì mattina. Parliamo di qualcosa di molto più viscerale e intenzionale: un movimento artistico che sta emergendo con forza nelle periferie industriali di Milano, nei vicoli di Napoli, nei capannoni dismessi di Torino e nei laboratori artigianali della Toscana.

Il bello del brutto: una nuova estetica del recupero

Il punto di partenza è quasi sempre lo stesso: uno sguardo diverso su ciò che ci circonda. Valentina Greco, designer campana di 28 anni, ha fondato il suo studio Scarti Studio nel 2021 partendo da un'intuizione semplice quanto rivoluzionaria. "Giravo per i mercatini dell'usato e vedevo oggetti che avevano ancora tantissima vita dentro, ma che nessuno voleva più. Ho cominciato a chiedermi: e se il problema non fosse l'oggetto, ma il modo in cui lo guardiamo?"

Da quella domanda sono nate installazioni che mischiano televisori anni Ottanta con circuiti elettronici riciclati, mobili smontati e riassemblati secondo logiche quasi surreali. Le sue opere sono state esposte in gallerie a Milano e a Berlino, ma lei continua a lavorare dalla sua città, Salerno, perché — dice — "la periferia ti dà una prospettiva che il centro ti nega."

È una posizione che accomuna molti dei protagonisti di questo movimento. La distanza dai circuiti artistici tradizionali non è un limite, ma una risorsa creativa.

Plastica, metallo, carta: i nuovi marmi di Carrara

Se il Rinascimento italiano aveva il marmo, questa generazione ha la plastica. Il collettivo milanese Residui, fondato nel 2019 da tre amici usciti dalla NABA, lavora esclusivamente con materiali raccolti dalle spiagge e dai canali urbani della Lombardia. Le loro sculture — totemiche, vagamente inquietanti — sono costruite con tappi di bottiglia, reti da pesca dismesse, imballaggi industriali.

Ciò che colpisce non è solo la raffinatezza tecnica, ma la capacità di fare parlare il materiale. Ogni opera porta con sé la storia di quello che era prima: si vede ancora la forma originale dell'oggetto, il suo colore sbiadito dal sole, i segni del tempo. È come se la scultura contenesse una biografia.

"Non vogliamo nascondere la provenienza dei materiali," spiega Marco Ferretti, uno dei fondatori del collettivo. "Anzi, vogliamo che sia la prima cosa che noti. Perché è lì che sta il messaggio: questo oggetto che ora ti sembra bello, un giorno era qualcosa che qualcuno ha buttato via senza pensarci."

Dal laboratorio alla strada: quando l'arte incontra l'attivismo

Una delle caratteristiche più interessanti di questo movimento è il suo rifiuto di restare confinato negli spazi espositivi tradizionali. Molti di questi artisti lavorano direttamente nello spazio pubblico, trasformando l'intervento urbano in una forma di comunicazione politica.

È il caso di Cantiere Aperto, un progetto nato a Torino che ogni estate organizza residenze artistiche nei quartieri periferici della città. Gli artisti invitati — sempre under 35, sempre con un portfolio legato alla sostenibilità — lavorano con i materiali di scarto che trovano nel quartiere stesso, coinvolgendo i residenti nel processo creativo.

Il risultato sono murales realizzati con vernici naturali e supporti di recupero, installazioni sonore costruite con oggetti trovati, giardini verticali che nascono sulle facciate di edifici abbandonati. Non arte calata dall'alto, ma arte che cresce dal basso, radicata nel territorio.

"La sostenibilità non è solo una questione di materiali," dice Chiara Lombardi, coordinatrice del progetto. "È anche una questione di relazioni. Un'opera sostenibile è quella che lascia qualcosa alla comunità, che non consuma risorse — né fisiche né umane — più di quanto ne restituisca."

Il mercato (finalmente) comincia ad ascoltare

Per anni, questo tipo di ricerca artistica è stata relegata ai margini del sistema: interessante, certo, ma difficile da vendere, difficile da esporre, difficile da far capire ai collezionisti tradizionali. Le cose stanno cambiando, lentamente ma in modo sempre più evidente.

Alcune delle principali fiere di design italiane — da Fuorisalone a Made in Italy Design — hanno dedicato negli ultimi anni spazi sempre più ampi alla ricerca sui materiali di recupero. Gallerie come Spazio Rossana Orlandi a Milano o Fondazione Morra Greco a Napoli stanno scommettendo su artisti che lavorano con questa filosofia.

E poi c'è il mondo dei brand, che ha fiutato l'aria: collaborazioni tra designer del recupero e aziende della moda, dell'arredamento, del packaging stanno moltiplicandosi. Non sempre il risultato è convincente — il rischio del greenwashing estetizzato è sempre in agguato — ma il segnale è chiaro: la cultura del recupero creativo non è più una nicchia.

Perché questa storia è anche la nostra storia

C'è un filo che collega tutto questo al DNA culturale italiano. La nostra tradizione artigiana ha sempre valorizzato il saper fare con poco, il trasformare materiali umili in oggetti preziosi. La ceramica di Caltagirone, la lavorazione del cuoio fiorentino, il vetro di Murano: tutte tradizioni che nascono dalla capacità di vedere potenziale dove altri non vedono nulla.

I giovani artisti che oggi lavorano con gli scarti non stanno inventando nulla di radicalmente nuovo. Stanno aggiornando un'attitudine antica al presente che viviamo — un presente in cui la crisi ambientale non è più un'ipotesi futura ma una realtà quotidiana.

E forse è proprio questo il contributo più prezioso che l'arte può dare in questo momento: non tanto proporre soluzioni tecniche, quanto cambiare il modo in cui guardiamo le cose. Insegnarci che il confine tra scarto e capolavoro è spesso solo una questione di prospettiva.

E che vale sempre la pena fermarsi a guardare meglio.

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