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Ricordare con i Pixel: Come i Visual Artist Italiani Usano l'IA per Riscrivere la Storia Fotografica

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Ricordare con i Pixel: Come i Visual Artist Italiani Usano l'IA per Riscrivere la Storia Fotografica

C'è qualcosa di quasi alchemico nel modo in cui certi artisti riescono a prendere un'immagine vecchia di decenni — sbiadita, granulosa, dimenticata in qualche cassetto istituzionale — e restituirla al presente trasformata, moltiplicata, interrogata. Non restaurata. Interrogata. È questa la distinzione che conta, e che separa il lavoro di una nuova generazione di visual artist italiani da qualsiasi operazione di semplice recupero archivistico.

Stiamo parlando di chi usa reti neurali, computer vision e modelli generativi non per abbellire il passato, ma per fargli dire cose che non aveva ancora detto. O che forse non avrebbe mai voluto dire.

L'archivio come materia prima

Il punto di partenza, per molti di questi progetti, è lo stesso: un archivio. Fotografico, il più delle volte. Può essere quello dell'ANSA o dell'Istituto Luce, oppure una collezione privata donata a un comune di provincia, o ancora migliaia di negativi ritrovati in uno scantinato durante un trasloco. La materia grezza esiste, abbondante e spesso mal catalogata.

Quello che cambia è l'approccio. Artisti come quelli del collettivo romano Forma Latente — attivo tra Roma e Berlino — hanno costruito un intero ciclo di lavori partendo dall'archivio fotografico di un'azienda tessile chiusa negli anni Novanta. Migliaia di immagini di operaie, riunioni sindacali, feste aziendali. Materiale che racconta un pezzo di Italia che non esiste più.

Usando modelli di computer vision addestrati su queste fotografie, il collettivo ha generato una serie di immagini «fantasma»: figure che potrebbero esistere, che l'algoritmo ha inferito dai pattern visivi del dataset, ma che non sono mai state fotografate davvero. Il risultato è straniante. Guardi questi volti e non riesci a decidere se stai vedendo qualcuno che è esistito o qualcuno che l'IA ha semplicemente immaginato potesse esistere.

Autenticità: una parola che scricchiola

Ed è qui che il discorso si fa interessante — e un po' scomodo. Perché uno dei nodi centrali di questa pratica artistica è proprio la crisi del concetto di autenticità fotografica. La fotografia ha vissuto per quasi due secoli sulla promessa implicita di essere una traccia del reale. «Questo è successo davvero. Qualcuno c'era. Qualcuno ha premuto un tasto.»

L'IA smonta questa promessa con una facilità disarmante. E gli artisti italiani più consapevoli non cercano di nasconderlo: lo mettono al centro del lavoro.

Prendiamo il progetto Lacune della fotografa milanese Sara Genovesi, presentato lo scorso anno alla Triennale durante una rassegna dedicata all'arte generativa. Genovesi ha preso un corpus di fotografie di famiglia degli anni Cinquanta e Sessanta — immagini anonime comprate ai mercatini dell'antiquariato — e le ha sottoposte a un modello di inpainting neurale. L'algoritmo ha «completato» le zone mancanti, i volti tagliati fuori dall'inquadratura, le figure sfocate ai margini.

Il risultato non è una ricostruzione storica. È qualcosa d'altro: una riflessione visiva su come riempiamo i vuoti della memoria, su come il nostro cervello — e ora anche le macchine — inventa laddove non ricorda. «Non mi interessa sapere chi erano davvero queste persone,» ha detto Genovesi in un'intervista. «Mi interessa capire cosa inventiamo quando non lo sappiamo.»

Il corpo della macchina, il corpo della storia

C'è anche una dimensione politica in certi lavori, che sarebbe sbagliato ignorare. Non tutti gli archivi sono neutrali. Non tutte le fotografie storiche raccontano le stesse storie con la stessa equità.

Il collettivo torinese Margine Visivo lavora da anni su archivi fotografici coloniali italiani — un capitolo della nostra storia che fatica ancora a trovare spazio nel discorso pubblico. Il loro progetto più recente, Contro-Sguardo, usa reti di riconoscimento facciale e algoritmi di clustering visivo per mappare come i soggetti africani venivano sistematicamente inquadrati, catalogati e ridotti a «tipo» nei reportage fotografici dell'epoca fascista.

L'IA non viene usata qui per generare nuove immagini, ma per rendere visibile un pattern di violenza visiva che altrimenti resterebbe sommerso nella massa di materiale d'archivio. Il computer vede quello che l'occhio umano faticherebbe a quantificare: la ripetizione sistematica di certe pose, certi tagli, certe distanze focali. La macchina diventa uno strumento critico, quasi uno storico aumentato.

Memoria distribuita, autore multiplo

Un altro aspetto interessante di questa scena è la questione dell'autorialità. Chi è l'autore di un'opera generata da un modello addestrato su migliaia di fotografie altrui? È l'artista che ha costruito il dataset? È il fotografo originale di ogni singola immagine? È l'algoritmo?

La risposta, ovviamente, non è semplice. E molti artisti italiani sembrano trovare proprio in questa ambiguità uno spazio creativo fertile, anziché una trappola legale da evitare.

Il fotografo veneziano Luca Ferretti, per esempio, ha sviluppato una pratica che chiama «coautoría computazionale»: lavora a stretto contatto con i modelli durante il processo creativo, modificando i parametri in tempo reale, reagendo agli output, lasciandosi sorprendere. «Non sono io che uso lo strumento,» dice. «Siamo io e lo strumento che ci influenziamo a vicenda.» Le sue serie più recenti — paesaggi lagunari generati a partire da archivi fotografici ottocenteschi — hanno una qualità onirica che difficilmente si potrebbe ottenere con la fotografia tradizionale.

Dove sta andando tutto questo

La scena italiana della fotografia aumentata dall'IA è ancora piccola, ma cresce. Si muove tra festival come il Fotografia Europea di Reggio Emilia, spazi ibridi come quelli del circuito Cheap a Bologna, residenze internazionali e, sempre di più, piattaforme digitali dove il lavoro trova pubblici inaspettati.

Quello che accomuna questi artisti — al di là delle differenze di approccio, di estetica, di posizione politica — è una certa serietà nel confrontarsi con le domande che il loro lavoro solleva. Non si tratta di usare l'IA come filtro cool per fare cose che sembrano futuristiche. Si tratta di capire cosa significa ricordare in un'epoca in cui le macchine possono ricordare al posto nostro, e meglio di noi, e in modi che non avevamo previsto.

Forse la fotografia non è mai stata davvero una finestra sul reale. Forse è sempre stata una costruzione. L'IA non ha inventato questa bugia: l'ha solo resa impossibile da ignorare.

E in questo, c'è qualcosa di brutalmente onesto.

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